| |
“O y u” – Le Acque del Piacere
“Pellegrinaggio”, nel Giappone più segreto, alla scoperta delle
acque termali
che riuniscono il potere della cura, dell’eros e della spiritualità.
Testo e foto di Italo Bertolasi per Natural Style.
“Oyu” – Onorevole Acqua Calda!
Così è chiamata in Giappone, dai contadini e dagli “yamabushi”,
gli ultimi sciamani, l’acqua termale che sgorga dal ventre “sacro” dei
vulcani. Il Tohoku è la provincia più a Nord dell’Honshu.
E’ terra di frontiera. E’ il misterioso “Michinoku” o “Back Roads” del
Giappone. Qui si conservano le più antiche tradizioni culturali
assieme ad una natura inalterabile e selvaggia disegnata da alte montagne,
foreste e strette valli piene di nebbie, luci opalescenti e velature
di oscurità. Paesaggi che sembrano dipinti con l’inchiostro di
china come si fa nella pittura tradizionale “sumi-e”. In queste terre
lontane da Tokyo e da tutto quello che si conosce: cultura zen, gheishe,
ciliegi sempre in fiore… si rivela un Giappone segreto e bizzarro che
conserva nicchie d’ombra e i fantasmi di antiche civiltà. Il
Tohoku è anche la terra dell’acqua, del fuoco dei vulcani e degli
“onsen” – le sorgenti termali. Quest’acqua, che sprizza da roccie “vagina”
e dal ventre profondo della Terra, riunisce il potere della cura, dell’eros
e della spiritualità. E nello Shinto – l’antica religione animista
- é “sangue”, “sperma” e yorishiro – deposito d’energia – del
Kami della Montagna - che è allo stesso tempo Madre e Padre Terra.
Il bagno termale è un rito che pulisce il corpo, purifica l’anima
e risveglia stati di gran consapevolezza chiamati “kamigakari” – estasi
divina.
“Tabi” – il Viaggio – è il più grande piacere della vita.
E la vacanza preferita dai giapponesi è il tour termale accompagnati
da chi si ama che riunisce i benefici del “pellegrinaggio”, godereccio
e religioso, a quella di un po’ d’ozio curativo. Tra i “riti” del viaggio,
oltre al dolce far niente che cura i ritmi stressanti della città,
c’è anche l’infrangere i nostri tabù regalandoci svariate
trasgressioni. Perché, come recita un’antico proverbio giapponese,
ogni peccato commesso in viaggio sarà perdonato! Il viaggio alle
terme è il tempo del “let go”, del lasciarsi andare, dello sciogliersi
al piacere dei cinque sensi che prende possesso di tutto il nostro essere.
Allora tutto è permesso: gran mangiate, gran bevute di saké
e avventure amorose nate dall’irresistibile connubio d’eros & acqua
calda.
E’ da molti anni che pratico la “Via” della montagna: una specie di
trekking/pellegrinaggio lungo i sentieri che collegano vette sacre a
templi e agli antichi “onsen” del Tohoku. Questo “pellegrinaggio” privato
é un lusso che ogni tanto mi regalo. Un mio spazio d’autoguarigione.
Cammino vagabondando quasi sempre da solo. Seguendo delle “vie” tracciate
molti secoli fa da leggendari “monaci maratoneti”: Kobo Daishi, Gyoki
e En no Ozuno. Da famosi samurai: Takeda Shingen. O dai “matagi”, gli
ultimi cacciatori d’orsi. Tutti questi “eroi” civilizzatori della montagna
sono stati anche gli scopritori delle sorgenti termali.
Gli onsen giapponesi, diversi sia dalle spas dell’Impero Romano che
dai bagni inglesi dell’era Vittoriana e oggi dalle terme “mediche” di
Montecatini, assomigliano di più alle “Healing Springs” californiane
di Big Sur e Harbin Hot Springs. Con gli ultimi Hippies che si immergono
nudi mescolando un sano eros a nuove meditazioni acquatiche: “woga”
– yoga in acqua – “Ai Chi” – Tai Chi in Acqua. In Italia le terme sono
“day hospital”. Dei centri benessere e di riabilitazione. In Giappone
solo il 6% le “kuahausu” – dal tedesco kurhaus = sono luoghi di cura.
Mentre il 72%, quindi la maggior parte, sono località turistiche
e il rimanente 22% ha una funzione mista. Tra i frequentatori delle
terme giapponesi solo il 10% è lì per curarsi.!
I giapponesi, amanti della natura, preferiscono fare il bagno “open
air”. Le vasche termali all’aperto si chiamano “Rotenburo” e sono collocate
in “templi dell’acqua”, nudi e spogli, all’interno di grotte marine
o lungo torrenti di montagna. Le vasche sono fatte di semplici pietre
o di legno di cedro profumato. Qualche volta sono catini di roccia –
iwaburo - scavati dal getto di cascate calde. La cerimonia del bagno
è regolata da un preciso galateo e da antiche consuetudini. Prima
ci si spoglia tutti nudi. Poi ci si lava. Ci si raccoglie in silenzio.
E solo dopo questi riti ci si può immergere nel “brodo” di oyu
– onorevole acqua calda – e sali termali coprendosi pudicamente i genitali
con il “furoshiki”. Un pezzetto di cotone multiuso grande come un fazzoletto
da naso. Quasi dappertutto ci sono sale da bagno riservate alle donne
divise da quella per gli uomini e per le famiglie. Ma nel Tohoku sopravvive
l’antico costume del “Kon yu ku”, il bagno misto. Allora si riuniscono
in vasca donne, bambini e uomini di tutte le età, che si bagnano
tutti nudi un clima di allegria e di gran socialità. Una tradizione
che é cominciata a sparire dopo lo sbarco dei primi americani
(1853) che hanno imposto nuove “modernizazioni” e leggi puritane.
Dopo aver imparato a memoria la frase “Naka wa kon yoku desu ka?”, che
vuol dire “Dove c’è un bagno misto?” mi metto in viaggio per
curiosare negli ultimi kon yu ku del Tohoku. Mi sveleranno nuovi segreti
sull’arte del bagno o sull’anima impenetrabile del “Real Japan”?
Doroyu Onsen è un villaggio termale che si trova nel “cuore”
montagnoso della provincia d’Akita. Da Tokyo lo si raggiunge, con un
velocissimo “shinkansen” - il treno “proiettile”- che ci porta prima
a Tsuruoka e poi proseguendo con un lentissimo trenino a Yuzawa. Da
qui, con un bus che sale in montagna tra paesaggi mozzafiato, si arriva
finalmente a Doroyu. Una decina di “minshuku” – così si chiamano
gli alberghetti a conduzione famigliare – stretti attorno a pozze termali
e fumarole. Vecchie case scure che mostrano “la patina del tempo prodotta
da depositi di morte stagioni” e che ogni giapponese ama “per quel lustro
e quegli scuramenti che ci ricordano il passato e la vastità
del tempo” come scrive Junichiro Tanizaki nel “ Libro d’Ombra”. Scelgo
il più bello dei minshuku e di sera posso assaggiare la cucina
vegetariana “shojin ryori”, un cibo per l’anima, servita su una decina
di splendide ciotole piene di “enoki” - funghi dolci – “miso shiro”
– brodi vegetali conditi con alghe e pezzetti di tofu – “mazegohan”
– riso cotto assieme a vegetali selvatici ed erbe mediche. Il tutto
“innafiato” da “shochu” – un alcool simile alla vodka e distillato dalla
patta dolce – da saké e dalle immancabili tazze di tè
verde. Le sere seguenti al menù si aggiungerà il gustoso
“ayu” – la trota di torrente – e il “sashimi” – pesce crudo servito
con salsa di soya e “wasabi” – una crema piccante di rafano.
Doroyu è famosa per i bagni di cascata che puoi fare nel luogo
chiamato “Kawarage-yu” che è in fondo ad una valletta di montagna
scavata da un fiume caldo. L’acqua, acida e trasparente, scorre a 35°
e fa brillare sali e minerali che colorano il fondo di giallo arancio,
verde smeraldo e blù cobalto. Mi accompagna un’amica. Dopo un
sentiero tutto in dicesa arriviamo ai piedi della “taki yu” – la cascata
calda. Ci spogliamo e ci immergiamo nel catino scavato ai piedi della
cascata dal getto che fà un “salto” di venti metri tra nebbioline
di vapori profumati. Dopo un po’ siamo raggiunti da qualche “turista”
giapponese che ci guarda sorpreso. Per loro dobbiamo essere molti “esotici”.
Una vera attrazione! C’è chi fotografa il corpo sirenesco della
mia amica che luccica nuda al sole. Una giovane coppia si spoglia e
si bagna vicino a noi. Più tardi siamo circondati da un’intera
scolaresca che ci guarda sorridendo. Niente imbarazzi o scortesie. La
nudità, in queste circostanze, è un’ “abito” d’obbligo
e passa inosservata. Unica eccezione, la curiosità femminile
alimentata da “leggende metropolitane” che favoleggiano sulle gigantesche
dimensioni dei piselli dei “gajin” - gli stranieri quando si spogliano
prima di entrare in acqua. E, in un paese dove lo sguardo è un’
“arma” che non va rivolta negli occhi altrui, l’impudico – ma eticamente
accettato - voyerismo maschile, quando c’è una bella donna.
L’acqua calda – si sa’ – risveglia il piacere di sentirci pienamente
vivi. Riscalda la passione. Rivitalizza la nostra energia sessuale.
Per questo, vicino alle sorgenti, si innalzano barbari altari fatti
di pietre falliche. L’acqua calda altre qualche volta gorgoglia tra
le fessure di una roccia vagina e si riversa nella piscina termale come
un’acqua d’amore, calda e profumata. Queste roccie “genitali” sono decorate
come altari.
Da Doroyu raggiungiamo il lago Tazawako che é il più profondo
del Giappone. Da qui risaliamo in bus fino alle prime alture dell’Hachimantai
Plateau. E poi, a piedi, raggiungiamo i sei piccoli onsen di “Nyuto”
– una parola che vuol dire i “capezzoli” della montagna. L’acqua calda
che sgorga dalla roccia ha infatti il colore e il profumo del latte
materno. Decidiamo di fare il nostro bagno a Kuroyu – la sorgente dell’Acqua
Scura. L’acqua termale è densa e corposa e lascia sul fondo una
crema di fanghi sulfurei chiamata “yubatake”. Ce la spalmiamo sul corpo
per poi rilavarci con un’altro piacevolissimo “taki yu” – bagno di cascata.
Le piccole vasche da bagno di Kuroyu sono all’aperto. Scivoliamo nell’acqua,
stretti spalla a spalla, tra una decina di bagnanti che ci accolgono
tra loro con un bel sorriso. Li osservo con curiosità quando
sgusciano dentro e fuori d’acqua. I corpi cicciotti dei giapponesi sono
diversi dai nostri. Sono privi di tutte quelle rotondità e quelle
proporzioni che noi ammiriamo nella bellezza sportiva e orgogliosa ma
anche un po’ dissociata dal corpo della nostra gioventù. Le donne
giapponesi hanno piccoli seni sodi, grandi fianchi. Hanno un’IO che
cede la sua egemonia a un corpo, antico e materno, che sembra in pace
con sé stesso. E poi c’è la pelle perlacea. Non bianchissima
e senz’ombra di rughe fino a tarda età, che le fa’ sembrare più
sane. E accresce la seduzione di quella loro bellezza “orientale” più
interiore. Scrive ancora Tanizaki: “ Per dar valore alla nostra peculiare
beltà avevamo bisogno di vivere in ambienti scuri, fra oggetti
dalle tinte attenuate…così vollero i nostri antichi, non perché
fossero coscienti del velo d’ombra sulla loro pelle, ma perché
attraverso una gamma di colori spenti il corpo giapponese si armonizzasse
con la sua civiltà”. Li uomini hanno una postura del corpo piegata
in avanti, rilassata e radicata alla terra, che sprigiona un senso di
forza e concretezza. Al centro di Kuroyu c’è un laghetto bollente
dove i contadini del posto, che qui passano l’estate a curarsi, immergono
e cucinano mazzi di asparagi selvatici e di altre verdure. L’acqua calda
– si sa’ – risveglia il piacere del sentirci pienamente vivi e della
passioni. Rivitalizza la nostra energia sessuale. Per questo, vicino
alle sorgenti, si innalzano barbari altari da cui svettano falli lignei
e statuette di Jizo, gli dei protettori. Anche l’acqua di Kuroyu che,
si riversa in vasca attraverso “roccie vagina”, è considerata
un umore “sessuale” e fecondante. Un “viagra” naturale di grande efficacia
.
L’ultima tappa di questo mio “pellegrinaggio termale” è il lago
di Osore. Acqua calda e “vulcanica” che riempie un vecchio cratere che
si trova sulla punta di Shimokita. “Osore” è anche il nome dato
ad una intera montagna e vuol dire Monte della Paura. E’ un luogo spettrale
e silenzioso: il cratere “lunare”, le acque del lago fumanti, i boschi
attorno pieni di volpi, cervi, orsi. E il cielo quasi sempre plumbeo
in cui volteggiano stormi di corvi assieme a qualche aquila. Da sempre
chi vive qui crede che questo lago inquietante sia una una “terra di
mezzo”. Un “ponte” che collega simbolicamente il mondo dei vivi da quello
dei morti. Ad Agosto, durante l’Obon – il mese dei morti - si celebra
una grande “mazuri”. Un festival che celebra il ritorno degli spiriti
e che è officiato dalle Itako, le ultime sciamane del Giappone.
Queste donne un po’ streghe, cieche dalla nascita, sono medium tra vivi
e morti e con un po’ di soldi, qualche preghiera e una sedute di trance
ti riavvicinano all’anima dei tuoi morti curando così rimorsi
e le dolorose ferite del lutto. Osore è una delle più
famose “terme spirituali”. Dove l’acqua cura in modo olistico e misterioso
corpo e anima. Nelle notti di festa le itako riuniscono in cerchio i
pellegrini appena usciti dai bagni. Accendono fuochi e danzano con sacro
furore. Alcuni balli sono lascivi e osceni, altri più lenti e
misteriosi sono dei riti che esorcizzano la nostra paura di morire.
Le danze, i bagni e le lunghe passeggiate solitarie che si fanno qui
ad Osore sono anche un modo di meditare e di prepararci al buon morire.
Ecco allora perché il bagno nell’acqua bollente di Osore è
un viatico. Le due piccole baracche di legno, una riservata agli uomini
e l’altra alle donne, vicine al tempio buddista di Entsuji, racchiudono
i vasconi. L’immersione in quest’acqua è totale “surrender”.
E’ sciogliersi e liberarsi. E’ un’ “aprirsi” per espandersi e “morire”.
Questo “bagno” e questo luogo, che anno dopo anno torno a visitare,
ha su di me un effetto potente. Mi risveglia. In quest’acqua la mia
mente sembra arrendersi alla forza creativa della vita. E al piacere
del “lasciarsi andare” del mio corpo che fa emergere da misteriose profondità
silenzio, caos e mistero. Questi sono forse i segreti più insondabili
dell’arte del bagno Zen e dell’Oyu, la sacrissima Acqua Calda?
Un buon bagno caldo in un “tempio” dell’acqua di un “onsen spirituale”
ci può procurare uno stato di intenso benessere che i giapponesi
chiamano “kamigakari” – estasi divina. L’acqua infatti è sacra
perché è il “Qi” liquido – l’energia fluida e erotica
– dell’Universo. La parola comunemente usata per acqua è “mizu”
ma per l’acqua calda si usa il termine onorifico “O-Yu” che evoca anche
la piacevolezza della contemplazione e del piacere sensuale. In Giappone
tutto quello che a che fare con lo “yudono” – la sala da bagno - è
intriso di sensualità e di mistero. Le antiche sale da bagno,
dove donne e uomini nudi si bagnavano assieme, erano “sorvegliate” dalle
“Yuna” – donne bagnino, massaggiatrici e qualche volta prostitute. Ancor
oggi il “business” dell’amore è chiamato “mizu shobai” o “commercio
delle acque”. Tra i giovani è di moda il “O Miai Furo” che vuol
dire “darsi appuntamento nella vasca”. Ci si invita a fare il bagno
assieme in vasconi all’aperto che hanno al centro un bar galleggiante
e tutt’attorno tavolini da gioco galleggianti ed altre amenità.
Le coppie possono appartarsi in intimità. Fare all’amore nell’acqua
porta buona fortuna. E’ considerato un “gioco” divino che ricopia gli
atti sessuali delle antiche deità che con i loro umori ed il
loro sperma hanno creato le isole del Giappone.
Anche nell’immaginario giapponese l’acqua é l’elemento “femminile”
per eccellenza. E’ simbolo dell’amore incondizionato che si dà
senza chiedere. I saggi buddisti dell’antico Giappone educavano con
metafore acquatiche. Insegnavano ai loro allievi a mantenere la limpidezza,
la calma e l’umiltà proprio come fà l’acqua turbinante
che scende a valle e “ che diventa limpida quando si ferma…permettendo
di lasciarci andare, non fare, non affermare né interferire come
fa un fiume che tutto abbraccia e nulla presume”. “La più grande
virtù è come la natura dell’acqua. Essa è benefica
per tutte le cose ma non lotta o combatte per esserlo…l’acqua scorre
negli anfratti dove nessuno vuole andare”. Anche in Giappone esistono
le “mujina” – donne sirene e simboli, nella fantasia popolare, del potere
erotico dell’acqua. Osservando il modo di immergersi in acqua dei giapponesi
si avverte un’aura di pace e di silenzio. Il bagno é una immersione
meditativa nelle profondità del nostro cuore e del “corpo” liquido
dell’acqua. Acque allora che si incontrano. Acque celesti e di vulcano
che armonizzano le “nostre” acque umane, fatte di sangue, umori, salive
e sudori. E che ci ricordano quelle amniotiche e misteriche del ventre
materno - nostro “paradiso” prenatale - in cui ci siamo formati. Alle
terme si può allora praticare l’arte del “bagno Zen”. Per godere
il nostro sciogliersi, aprirsi e liberarsi. Il “rinascere”. Il “morire.
Ed il nostro ricongiungerci all’oceano primordiale e ad altre sacre
e misteriose umidità delle nostre sacre origini. Scrive Michel
Odent nel suo libro “L’acqua e la sessualità”: “Una sensazione
oceanica, di unità con il cosmo: l’origine del nostro senso religioso
non è forse nell’universo di quando eravamo feti, immersi nel
liquido amniotico”?
LA PRIMAVERA DI KABUL
Tre notti trascorsi ad Abu Dabi
dopo aver tentato tre volte di atterrare a Kabul nascosta dalle nubi.
Un’occasione per immergermi nella città Hi-Tech più ricca
e moderna del Medio Oriente. Abu Dabi è un polo telematico ed
esentasse. Una metropoli araba laica e permissiva. La sua popolazione
di ottocentomila abitanti è composta da 100 etnie diverse che
convivono in “pace e serenità”. In quest’oasi “paradisiaca” piena
di shopping center e grattacieli ultra chick – tra questi il nuovissimo
“Burj Al Arab”, la “casa degli arabi”, che si protende a vela sul Golfo
Persico e che è verniciata con polvere d’oro zecchino al 3% -
si raccoglie un vero tesoro. Petroldollari, oro, titoli ed investimenti
esteri nelle mani però di una esigua minoranza - il 25% della
popolazione araba e autoctona – che fa affari col petrolio e con i colossi
dell’Hi Tech: Microsoft, Ibm, Compaq. Una ricchezza sfacciata che contrasta
con tutto quello che vedo quando finalemente atterro a Kabul. Tra case
sventrate ed altre desolazioni quel lusso di Abu Dabi mi pareva una
grande ingiustizia. Mi ricordavo le “prediche” dei sufi afgani che avevo
incontrato trent’anni prima nei “giardini” di Kahandar che mi ricordavano
la “rivoluzione” di Maometto contro la corrotta società araba
di allora. Da allora dovere di ogni buon mussulmano. Ricordo anche che
l’Afganistan d’allora, contrariamente alle immagini crudeli che ci arrivano
oggi dal “fronte”, era un paese interetnico e pacifico. C’era tolleranza
verso le altre sette mussulmane – sciite e ismailite – verso le altre
religioni e anche verso gli stili di vita “moderni” importati dal nostro
Occidente. L’enorme diffusione del sufismo – col suo islam meditativo
e sciamanico – aveva arginato il pensiero centralista, ortodosso e discriminante
che trionfava invece sia in Iran che in Pachistan. Allo spirito “ecumenista”
dei sufi afgani si deve anche il successo della prima alleanza interetnica
e antirussa dei mujiadin. L’ordine Naqshbandiyah per secoli ha dato
i suoi re a Kabul. E uno dei sopravvissuti al barbaro sterminio comunista
della famiglia Mujaddedi, il sufi Sibghatullah aveva fondato il Najat
Milli Afganistan (il fronte di liberazione afgano) che ha cercato sempre
di contrastare il radicalismo islamico. Mentre un altro “pir”, Sayed
Gailani della famiglia sufi Qaderiyah, parente dell’ex re Zahir Shah,
aveva fondato il Fronte Islamico nazionale afgano, un partito moderato
e interetnico. L’estremismo afgano nasce da un pensiero filo arabo e
wahabbita che è sempre esistito all’interno della tradizione
dell’Islam Sunnita delle tribù patane. Questo movimento religioso
era nato in Arabia alle fine del 1700: Abdul Wahab voleva liberare i
beduini dai governi corrotti delle città e schiacciare il sufismo
gnostico e pacifista. I soldi e le prime armi arabe che arrivano in
Afganistan negli anni ’80 sono per i capi wahabbiti patani che possono
così fondare un proprio partito – l’Unità Islamica – che
si scaglia contro i partiti tribali afgani. Si aprono così le
porte ad Osama Bin Laden che crea un corpo di “mujaheddin arabi” pieni
di soldi e di odio verso l’Arabia arricchita dal boom petrolifero e
governata da dinastie reali “ciniche ed egoiste”. Anche in Pachistan
avevo raccolto l’urlo di gente impoverita che reclamava parte di quella
ricchezza derivata dal petrolio che “appartiene a tutti i mussulmani”.
Non solo a chi indossa il “dishdaasha” – la tunica degli arabi.
Il mio ritorno a Kabul è un’avventura. E’ la prima volta che
volo su un aereo militare. E che arrivo in Oriente con le forze di pace.
C’ero anadto la prima volta nel 1970 con Raphiullah Khan. Raffaele Favero,
batterista nel complesso pop dei “Profeti”, era riuscito a convincere
un gruppetto di hippies milanesi a seguirlo verso le “terrae incognite”
del Pastunistan. Patria dei Patani, fieri e bellicosi, che non avevano
mai accettato la spartizione della loro “nazione” nei due blocchi voluti
dagli inglesi. Oggi parte del Pastunistan appartiene all’ Afganistan
e un’altra parte al Pachistan. Dalla cittadina di Bannu avevamo raggiunto
– a piedi - il villaggio pachistano di Zarki Nasrati perso in mezzo
a deserti montagnosi e inospitali. Qui Raphiullah voleva fondare una
“comune” agricola e transculturale riunendo giovani occidentali a patani.
Durante quegli anni di ozii e vagabondaggi si ritornava spesso a Kabul
per divertirsi e respirare aria balsamica di montagna. Kabul é
un posto salubre a 1800 metri d’altezza e negli anni ‘70 era un “nodo”
importante della “rete” che collegava tra loro le “città sante”
del nostro Pellegrinaggio verso Oriente: Istanbul, Theran, Mashad, Herat,
Khandar, Kabul, Dheli, Calcutta e finalmente Katmandù. Ricordo
che arrivato a Kabul, dopo una settimana di abbuffate, ripartivo per
raggiungere i Budda di Bamyan. Qui mi fermavo qualche giorno a meditare
e a camminare in montagna. Allora si poteva viaggiare dappertutto in
autostop. C’erano bande di briganti tagliagole che agivano tra le alture
di Kadhar – intorno a Khandar – o sui passi di montagna più remoti
a cavallo dell’Hindu Kush. E che, anche allora, si arricchivano con
i sequestri. Noi comunque viaggiavamo senza un soldo e ci sentivamo
al sicuro. Ricordo ancora l’amicizia e l’ospitalità ricevuta
allora dai vecchi afgani. Trent’anni fa la “Jirga” - il consiglio degli
anziani – e la “famiglia” patana che ci aveva accolti come ospiti ci
proteggeva dai pericoli. Come sanciva il codice d’onore tribale patano
– il “pastunwali”. Lo stesso che anni dopo proteggerà Osama Bin
Laden, “ospite” dei Talebani. Alcuni di noi sapevano recitare a memoria
pagine del Corano e quasi tutti si erano convertiti all’Islam. La nostra
comune cresceva giorno dopo giorno su una terra “sacra” e desolata che
ci era stata affidata, in punto di morte, da un “Pir”, un capo sufi
famoso. Ci fermammo nel villaggio pachistano per ben due anni. Poi tutto
franò all’improvviso: gelosie e un’accusa pretestuosa di spionaggio
portò al nostro arresto, a qualche giorno di carcere e poi a
una “fuga” strategica a Kabul. Eravamo allora davvero in pochi a ritrovarci
a Kabul. Gli hippies attraversavano l’Afganistan velocemente per raggiungere
l’India e Katmandù. Il paese era immerso in un clima medioevale
ma a Kabul si respirava già l’aria dei nuovi cambiamenti. L’influenza
sovietica e modernizzante – che inizia negli anni cinquanta quando il
re Zahir Shah, cerca l’appoggio russo per contrastare Iran e Pachistan
manovrati invece dall’America – si scorgeva sulla “Jade Mirwais”, il
viale dell’Università, quando passeggiavano le studentesse che
sfoggiavano camicette e gonne corte e nella “dolce vita” notturna condita
da vodka e spinelli. Si faceva notte fonda al Kyber Restaurant e al
Metropol …mentre gli “alternativi” si trovavano nei localini-fumeria
di “Chiken Street”. Ma nel 1973 Zahir Shah è scacciato in esilio
a Roma e l’Afganistan diventa una Repubblica. La Russia aumenta i suoi
consiglieri e i suoi ricatti. Cinque anni dopo scoppia la “rivoluzione
d’Aprile”: il Partito Democratico dell’Afganistan – filosovietico -
si impone al nascente partito fondamentalista islamico capeggiato da
tre “eroi” che diventeranno famosi poco dopo: Hikmetyar, Rabbani e Massud.
Costretti a riparare a Peshawar i tre si mettono alla testa dei primi
“mujaheddin” che iniziano la resistenza armata e la Jiahd – la guerra
santa. Quando nel 1979 le truppe sovietiche occupano Kabul tutta la
stampa occidentale inneggia all’eroica lotta di liberazione del popolo
afgano. L’Afganistan comincia ad essere pericoloso e il visto d’ingresso
è negato sia a “pellegrini” che a turisti. Entrano di straforo
i giornalisti. Vicino a Kahandar muore da eroe anche Raphiullah Khan
schiacciato da un carroarmato. I mujjadhin lo considerano un loro eroe
– un “shaib” – e lo sepelliscono con gli onori militari. Aveva deciso
di seguire la lotta dei guerriglieri islamici con la sua cinepresa.
Nel 1986 l’America “regala” i primi missili Stinger alle forze della
guerriglia che in pochi mesi riesce ad annullare la supremazia aerea
sovietica. Nel 1989 le truppe sovietiche si ritirano perdenti e tre
anni dopo i mujaheddin entrano vittoriosi a Kabul. Ma dopo una soffio
di pace inizia di nuovo la guerra: lotte etniche e fratricide che riducono
Kabul a un cumulo di macerie e l’intero Afganistan ad una discarica
di immondizia bellica. La pace sembra ritornare nel 1994 quando finalmente
si impongono i “taliban” – gli studenti coranici – che si insediano
prima a Khandar (1994) e poi a Kabul (1996). Il primo atto brutale di
conquista della capitale è l’esecuzione sommaria di Najibullah
accompagnata dal macabro rituale antislamico della mutilazione e dell’indecente
esposizione pubblica del cadavere scempiato. La riconquista talebana
dell’Afganistan – che intanto si era frammentato in tanti feudi capeggiati
da “signori della guerra” - parte dalla città santa di Khandar
perché è proprio qui che nel 1761 Ahmad Shah Durrani fonda
la prima dinastia patana dei Durrani che governerà l’emirato
dell’Afganistan per trecento anni. All’inizio la tattica militare talebana
ricopia quella della guerriglia patana. Ed è vincente. I volontari
si raccolgono in un nucleo agile di 5-6 uomini – il “lashkar” – che
si sposta su veloci Toyota con una perfetta conoscenza del territorio.
E che attacca a sorpresa. Così riconquista gran parte del paese
affermando il potere dell’etnia patana. La “pace” talebana riporta sicurezza
sulle grandi strade commerciali che attraversano il paese. Può
così di nuovo prosperare il business mafioso dei trasporti in
mano a contrabbandieri e camionisti pachistani. E può ripartire
il grandioso progetto di un gasdotto “afgano” che partendo dal bacino
gassifero di Daulatabad ( Turkmenistan ) avrebbe dovuto congiungere
Herat e poi Khandar al porto di Karachi e al Mare Arabico. Inizia il
“Grande Gioco” e approda a Washington una delegazione di talebani. Sperano
di barattare il proprio riconoscimento politico con la promessa di un
lucroso contratto che beneficia l’impresa petrolifera americana Unocal.
Nel marzo 1997 la Unocal apre una sede e un centro di formazione per
afgani a Kandahar. Ma gli sviluppi della guerra e la violazione talebana
dei diritti civili – specialmente verso le donne – denunciata dagli
azionisti americani costringe la Unocal prima a sospendere il progetto
“pipeline” ritirando il personale da Khandar. Attorno alle moschee e
alle “madrasa” del Pachistan e dell’Afganistan si raccolgono radicali
islamici provenienti da ogni parte del mondo e gli arabo-afgani di Osama
Bin Laden. E’ un’orda che porta in Afganistan mucchi di dollari e il
pensiero integralista e filo arabo wahabita. Tutto precipita dopo l’11
settembre e il crollo delle Torri Gemelle. L’America, umiliata e violata
dai “terroristi afgani”, reagisce con bombardamenti a tappeto sulle
trincee talibane. Chi può fugge verso le “terre di nessuno” e
le frontiere colabrodo del Pakistan, altri si nascondono, imprendibili,
in montagna o nelle “giungle” urbane di Kabul e Kandahar. Aspettando
tempi migliori.
Questo nuovo e stancante viaggio che mi riporta a Kabul lo faccio con
uno scomodo C130 militare che deve fare una mezz’ora di “volo tecnico”
prima di poter atterrare al vecchio aeroporto “russo” di Bagram. “Volo
tecnico”, in gergo militare, vuol dire la serie di virate e discese
a picchiata, che un’aereo è costretto a fare per evitare d’essere
colpito dalla controaerea. O, nel nostro caso, per eludere eventuali
Stinger ex USA o Sam ex USSR ancora in mano alla guerriglia talebana.
Che li potrebbe lanciare dai fianchi delle montagne. Ci viene dato un
sacchetto antivomito mentre gli armieri si “agganciano” in coda ai loro
i sedili pensili, con ampia visuale tutt’attorno, pronti a sparare “coriandoli”
– cioé razzi caldi e storna missili che “armano” il nostro aereo.
Prima di scendere in picchiata dai minuscoli oblò del C130 posso
ammirare quello che per me è il più bel paesaggio del
mondo: le vette dell’Hindukush circondate da un labirinto di ghiacci
e rocce che custodiscono all’interno valli verdissime e quei fiumi che
vedi scintillare di luci. Sui dorsali ci sono villaggi alpestri appesi
alle rocce. Sfilano davanti ai miei occhi e mi fanno pensare alle faticose
scarpinate di molti anni prima quando li raggiungevo a piedi dopo lunghe
marce. Oggi molti di questi villaggi sono stati bombardati. Altri sono
spariti nel buco nero della guerra.
Finalmente a terra! Quando percorro il nastro d’asfalto, lungo sessanta
chilometri, che collega l’aeroporto di Bagram alla città di Kabul,
attraverso il campo minato più grande del mondo. Il paesaggio
è disegnato da rottami bellici, dai solchi delle trincee e dai
crateri delle bombe. Lo ricordavo anni fa pieno di greggi. Allora si
stagliavano all’orizzonte i tendoni rossi seppia dei Kuci – i nomadi
“aborigeni” dell’Afganistan. “Popoli del deserto” che il filosofo arabo
Ibn Khaldu’n decantava come i “più vicini dei popoli stanziali
alla bontà, perché sono più vicini al Primo Stato
e più lontani da tutte le cattive abitudini che hanno corrotto
i cuori di chi ha lasciato la vita nomade”. Li aveva ammirati Bruce
Chatwin per quella loro “interna fiamma…e febbre di andare” e poi noi
“viaggiatori del Dharma” per quella loro libertà e “leggerezza
del vivere”. Quella dei Kuchi afgani è stata una fine tragica.
Oggi è una razza sparita. I campi minati – in Afganistan si sono
“seminate” dieci milioni di mine – li hanno fermati per sempre.
Kabul è una città “ferita” e umiliata. Ettore Mo la paragona
alla Dresda piegata dai bombardamenti. Ho fatto un giro per la città:
tutta la zona ovest - da Karte Char alla Kabul University e quella lungo
la strada per Khandar è rasa al suolo. In mezzo alle macerie
sembra però rispuntare la vita con file di bancarelle dove si
vende di tutto. Il bazar centrale che si snoda attorno al Zarnegar Park
e alla grande Moschea ha ripreso le sue attività. Lungo le rive
del Kabul River sono esposti i preziosi tappeti afgani e Chiken Street
è risorta con decine di shops che espongono – come trent’anni
fa - giacconi di pecora e pellicce di lupo. Ma i prezzi sono alle stelle.
Il tappettino da preghiera, che oggi è ridisegnato con armi ed
elicotteri da combattimento, a Peshawar lo puoi acquistare a 20-30$
ma a Kabul è venduto a 100$. Gli affitti sono carissimi: nel
quartiere di Wazir Akbar Khan, la ex cittadella degli ufficiali russi,
una casetta può costarti 3000$ mensili. Ma i prezzi, mi dicono,
saranno destinati a scendere con l’arrivo dei volontari. A Kabul faccio
anche un giro d’ospedali. In quello di Emergency di Gino Strada visito
il reparto dei bimbi martoriati dalle mine. In quello ortopedico della
Croce Rossa Internazionale incontro il fisioterapista Cairo, in Afganistan
da quattordici anni. Mi mostra il reparto di rieducazione, la fabbrichetta
di arti artificiali e la “banca” che impresta una piccola somma di denaro
a chi fa ritorna a casa ed è disposto ad iniziare una piccola
attività commerciale. All’ospedale pubblico Indira Gandhi visito
i reparti dei “bambini sconfitti dalla fame”. Ogni anno muoiono in Afganistan
300 mila bambini – il 5% - per denutrizione. Un altro 60% lotta contro
la malnutrizione cronica. Quest’ecatombe afgana è anche un triste
primato mondiale. Quando giro nelle stanze decine di piccoli “scheletrini”
mi scrutano con i loro occhioni tristi. Alcuni hanno lo sguardo velato
dei moribondi: un filo di vita li conserva…un filo di vita che sembra
dipendere da quelle piccole “gocce di rugiada” zuccherina che scendono
da una boccia di vetro e attraverso un filo di plastica si mischiano
al sangue. La flebo salvavita costa 5 dollari…sono al “cambio” nero
l’equivalente di cento mila afgani…una “piccolo tesoro” che molte mamme
afgane oggi non possono pagare. Cinque dollari che possono salvare una
vita o gelare per sempre il sorriso di bimbi innocenti. Cinque dollari
per fare un miracolo o – per chi non li ha e vede morire i suoi bambini
- per innescare invece una spirale di dolore…di sentimenti di impotenza
e di voglia di vendetta.
Le figlie perdute di Shangrillà.
Testo e foto di Italo Bertolasi per “Re Nudo”.
“C’é sempre molto spazio per noi. In
ogni momento. Anche nel mezzo di una guerra, della violenza domestica,
della fame. C’è sempre molto spazio se siamo disposti a riconoscerlo.
Un’immagine di questa apertura è il cielo azzurro. Anche quando
è nascosto da nuvole scure il cielo azzurro è sempre presente”.
E’ la visione che ci regala Ane Pema Cohdron, mistica tibetocanadese.
Anch’io sono sempre stato un ottimista ma questo mio tornare in Nepal,
nel pieno di una guerra e per “curiosare” nella piaga sociale delle
bimbe trafficate come “schiave sessuali”, mi impensieriva. Avrei saputo
ritrovare un po’ di “cielo azzurro” in mezzo a tanto dolore? E “guardare”
senza rabbia e paura. E poi “agire” creando una “missione” con l’associazione
“Clown One Italia”, di cui sono presidente, per portare in Nepal una
decina di “ambasciatori” del sorriso e ancora aiuti finanziari per “adottare”
e far studiare una decine di bimbe bisognose costruendo magari anche
un orfanatrofio o un’altra struttura di sostegno. Non avrei più
ritrovato la pace di trent’anni fa. Questo lo potevo immaginare. Ripensavo
ai miei pellegrinaggi sui monti “sacri” a “caccia” di sciamani o nei
deserti “tempio” dell’Afganistan e del Baluchistan per danzare con i
sufi. A tanti mondi una volta felici che scelsi come casa per mie illimitate
libertà e che oggi ritrovo distrutti. Mi frullavano in testa
mille pensieri mentre volavo tra le nuvole, a diecimila metri d’altezza,
sopre le foreste del Terai. Alle mie spalle lasciavo il caldo umido
della Cambogia dove si é conclusa un’altra nostra missione: “Clown
One Italia” ha fornito cure antiretrovirali a 20 bimbi sieropositivi,
costruito una scuola e un asilo e avviato un piano di educazione sanitaria.
All’uscita del “Tribhuvan Airport” incontro Santos Lama, la mia “vecchia”
guida. E’ un Tamang. Un’etnia che popola le montagne intorno alla “Valle”,
la provincia del Langtang ed altre regioni centrali del Nepal che conserva
una religiosità prebuddista e sciamanica. I tamang sono stati
discriminati da Bahuns e Chetris, di religione indù, che nei
secoli hanno rapinato loro le terre più ricche. Dal finestrino
del mio taxi vedo le prime case sgangherate di Katmandù. Tutto
è ingrigito da un velo di polvere. Santos mi dice che c’è
stato un inverno senz’acqua. Quando attraverso il Bagmati al posto d’un
“sacro” fiume scorre invece un rigagnolo scuro e puzzolente. Acqua biologicamente
morta. Tutto il resto non sembra cambiato. Katmandù conserva
le infrastrutture di trent’anni fa: le sue stradine contorte con le
stesse buche. Al posto dei “rickshaw” oggi trovi minitaxi indiani e
moto di grossa cilindrata. Katmandù mi appare sovvrapopolata.
Mi spiega Santos che in quest’ultimi anni la popolazione è raddoppiata.
Molti immigrati fuggono dalla fame e dai pericoli del conflitto armato.
Perché i luoghi più selvatici e lontani, ieri patria del
Budda, sono diventati “Killing Fields” – campi di sterminio. La guerra
si combatte tra due fazioni: da una parte c’è un re tiranno –
Gyanendra - armato dagli USA alleato con l’elitè feudale padrona
del Nepal. Dall’altra ci sono i milioni di contadini “senza terra” discriminati
per casta ed etnicità. Dietro a questa massa impoverita si muove
la forza maoista del carismatico camerata Prachandra, inflenzata dalla
guerriglia naxalita del West Bengala e dalla Rivoluzione Culturale Cinese.
Ormai il 75% dell’intero paese è in mano ai “comunisti”. A Katmandù
oggi si respira aria d’assedio. Ad ogni angolo ci sono fortini pieni
di soldati che difendono le strade. Caos e anarchia hanno creato in
tutto il Nepal aree diffuse di illegalità dove si sono rafforzate
le “mafie” che amministrano il business della droga, delle armi e del
traffico umano. Tra questi il più vantaggioso é quello
delle bambine per farne “sex workers”.
50.000 ragazze nepalesi - denuncia “Asia Watch” - sono state vendute
ai bordelli di Bombay. Ogni anno ne vengono trafficate più di
6.000. La maggior parte viene venduta da familiari e conoscenti. Per
lucro ma anche per incoscienza. Si pensa ingenuamente di allontanarle
dalla miseria dei villaggi verso un mondo migliore e una vita felice.
Una ragazza si può così “comprare” per 200-300 dollari.
Alcune vengono rapite da banditi. Tra loro ci sono delle donne. Altre
sono reclutate, con salari da fame, nell’industria fiorente dei tappeti
per poi essere sospinte nella rete della prostituzione. Molte ragazze
scappano da casa per ritrovarsi sole e sperdute a Katmandù dove
c’è sempre chi le sfrutta. La condizione della donna in Nepal
è in ogni caso estremamente dura. E’ ancora diffusa l’usanza
dei matrimoni precoci, combinati dalle famiglie. Il 7% delle bimbe nepalesi
é così costretta a “sposarsi” prima dei 10 anni. Un altro
40% prima dei 15 e il resto delle ragzze quasi sempre prima dei 18 anni.
L’uomo è spesso un lontano parente. Ricco e vecchio con il doppio
o il triplo d’anni della sposa. Altro rischio è la meravigliosa
esperienza della gravidanza e della nascita che in Nepal ha però
alti indici di mortalità, invalidità, lesioni e infezioni.
Fame e sottonutrizione, il tanto lavoro e la scarsa igiene indeboliscono
le gestanti proprio quando anche il nascituro assorbe gran parte degli
elementi nutritivi. Ogni anno muoiono di parto o di pratiche abortive
più di 60.000 donne. Altra piaga è quella dei “bambini
soldato”. Tra questi ci sono molte ragazzine, arruolate a forza, che
vengono sfruttate come “schiave” o giovanissime "mogli".
In Nepal, come in altri peasi poveri, molte bimbe non vanno a scuola.
Mentre il tasso di alfabetizzazione per gli uomini è del 66%,
per le donne scende al 30%. Ma nella casta più bassa, quella
dei dalit, solo il 7% delle ragazze sa leggere e scrivere. In aree remote
c’é la vecchia usanza della “prostituzione sacra” – chiamata
pesha - che obbliga le bimbe della casta “Badi” a offrirsi a guru e
ricchi pellegrini. Si calcola che più di 60.000 giovani Badi
siano così schiavizzate. La prostituzione – anche quella “normale”
e adulta di Katmandù - ha innescato una pandemia di AIDS. Nel
1999 sono morte 2.500 persone. Nel 2005 le cifra é raddoppiata.
Quando sono vendute ai bordelli indiani le vergini nepalesi “lavorano”
dalle 10 alle 16 ore per dar piacere a 20 clienti al giorno. E alla
fine della “carriera” che può durare dai 5 ai 10 anni le ragazze
vengono scacciate per sostituirle con delle vergini sempre più
giovani. Quelle che si ammalano ritornano in Nepal. Nei villaggi d’origine.
Ma lo stigma e la vergogna é così forte che alcune non
vogliono più tornare a casa. Il 30% di queste vittime é
minorenne. Per "domare" le ragazze più ribelli si usa
ogni tipo di violenza. Ma non lo stupro. Non certamente per un gesto
di pietà ma invece per puro business. Nei bordelli indiani la
verginità di una ragazza vale un migliaio di dollari.
Il “Sonja Kill Memorial Hospice” è stato costruito in mezzo ad
un anfiteatro di risaie vicino ai templi di Gokarna Mahadev dove si
conserva un veneratissimo “Shiva Lingam”. Ma oggi non vado a far visite
turistiche. Sono con Sarita, collaboratrice di “Maiti Nepal”, importante
ONG – organizzazione non governativa - nepalese “anti-trafficking” fondata
dalla coraggiosa Anuhrada Didi. Vado a visitare un nuovissimo “Hospice”
che accoglie 30 ragazze “terminali”.A Gokarna si offrono cure antiretrovirali,
counsuling e un’alloggio dignitoso a queste “survivors” – sopravissute
al traffico sessuale - ma arrivate purtroppo all’ultimo stadio dell’AIDS.
Sono ospitate assieme ai loro bimbi anch’essi malati e ad altri orfani
sieropositivi. C’è anche un reparto riservato a chi è
gravemente infettiva. Molte ragazze hanno anche la TBC o gravi epatiti
contagiose. Mi spiega Sarita che in Nepal l’Aids è causato in
gran parte da rapporti sessuali non protetti con sex workers e dallo
scambio di siringhe per drogarsi. Mentre camminiamo nel giardino mi
vuol ricordare Apsara che è morta a soli 5 anni. E le bellissime
Sangita e Sondia scomparse a 20 anni senza aver scorto la bellezza della
Vita. E’ una giornata di sole che abbellisce l’Hospice. Salgo in terrazza
per incontrare un gruppetto di ragazze che ricamano. Alcune infilano
con pazienza perline colorate per farne collanine. Due o tre di loro
sono spaventate e non mi vogliono guardare. Altre mi sorridono. I bimbi
invece mi saltano addosso per farsi cullare. Manine che mi accarezzano.
Che mi dicono:”Ti voglio bene!”. Che sciolgono la mia indifferenza per
rivelare a me stesso la mia vulnerabilità. Ancora una volta ho
il previlegio di trovarmi in una situazione speciale. Gioco con questi
bimbi malati senza disagio e senza pietismi. Come ho visto fare all’amico
Patch Adams, il famoso medico clown americano, e a Ginevra nelle loro
“ambascierie del sorriso”. Con i loro sberleffi creano un momento magico
di “amnesia”. Che azzera la rabbia, la sofferenza e le paure di chi
è gravemente malato.
Il giorno dopo voglio incontrare alcuni Dalit. La società nepalese
in gran parte è ancora feudale. E ancor oggi divisa dal sistema
Hindù delle caste. Ci sono così i “toccabili” – i previlegiati
– e gli “intoccabili” – i discriminati. Tra questi ci sono appunto i
Dalit, esclusi da ogni diritto e trattati come bestie, il cui sogno
di riscatto è riposto nella “rivoluzione maoista”. Santos mi
accompagna così da un “Kami”. Un fabbro. Mestiere “impuro” e
riservato alle caste più basse. Raggiungo Nagarkot, un villaggio
di alberghetti turistici ora deserti con vista sull’Himalaya, a pochi
chilometri da Katmandù. Vicino ad un tempietto c’è un
sentiero e in cima un piccolo spiazzo con una capanna in mezzo a due
precipizi. Mi viene incontro una donna con attorno dei bimbi sorridenti
che mi fà visitare il suo tugurio. La “stanza” da letto è
ricavata nell’angolo più buio doce c’è un soppalco con
la “cuccia” di stracci dove dormono i bambini. A terra c’è una
stuoia per i genitori. Protetto da una tettoia c’é un fuoco che
serve sia per cucinare che per forgiare. “La gente è cattiva
e ci ha costretto a vivere qui…Ci considerano sporchi e ignoranti. Non
c’è lavoro. Per poter mangiare non basta il guadagno del mio
uomo e io, con i miei figli, vado a spaccar pietre o a lavorare da chi
ha la terra”. Colgo lo sguardo penetrante di Ram Maya,una delle figlie,
che da quando son quà mi ha sempre osservato con grande curiosità.
Ha una decina d’anni e mi spiega, in perfetto inglese, che và
a scuola. Quando le chiedo cosa farà da grande mi dà una
spledida risposta: “Farò la social worker o forse la maestra”
e quando le chiedo il perché quel che mi dice mi commuove: “
Per aiutare chi sta peggio di me!”.
Vicino a Bhaktapur - la “città dei devoti” - e ai grandi templi
feudali di Tachupal Tole, svettano le ciminiere delle più grandi
fabbriche di mattoni nepalesi dove lavorano in condizione pietose alcune
famiglie Dalit. Cammino nel fango per raggiungere un mucchio di mattoni:
sono quattro mura ricoperte da un tetto di lamiera. E’ l’ora del pranzo
e all’esterno della baracca, seduti davanti a un piattone di “dalbat”
- riso condito con vegetali - ci sono due ragazzini con i loro genitori.
E’ la famiglia di Badur, un emigrante arrivato fin quà dalle
povere terre del Sud Tarai. Mi dice che fa mattoni da un paio d’anni.
Un lavoro davvero duro che nessuno vuol fare. Si inizia alle prime luci
dell’alba per impastare argilla fino all’ora di pranzo. Poi si prosegue
nel fresco e tardo pomeriggio per terminare a notte fonda. Quando tutti
lavorano si possono fare 1000 mattoni al giorno guadagnando cento rupie
– un dollaro e mezzo. Che fanno 40-50 dollari al mese. Troppo pochi.
I suoi figli così sono costretti a lavorare e non possono andare
a scuola. In Nepal le scuole private sono per “ricchi” e in quelle pubbliche
i bimbi dalit sono ammessi con grandi difficoltà. In ogni caso
c’è il costo dei libri e delle divise scolatische che Badur non
può sostenere.
Pragyaa, è una bella ragazza che coordina i progetti di “Apeiron”,
una ong italiana che è in Nepal da anni per dei progetti di sviluppo
rivolti alle donne – soprattutto a quelle “trafficate” o vittime di
violenze domestiche - e ai membri più deboli della società
nepalese. Dove ancor oggi cé molto razzismo e sfruttamento. Pragyaa
ha una laurea. Ed è fiera della sua grande indipendenza. Stà
assieme a un ragazzo che ama. E fà un lavoro che ha scelto e
le piace. Mi accompagna a visitare la “Rarahil Memorial School” di Kirtipur
costruita con l’aiuto della ong italiana “Senza Frontiere” creata dallo
scalatore himalayano Fausto De Stefani. Ci accoglie Narayan Maharjan,
l’entusista direttore che ci spiega: “La Rarahil Memorial School è
dedicata alla memoria dei martiri del movimento pre-democratico del
1989. Il nome Rarahil è composto dalle iniziali degli eroi Rajendra
Maharjan, Rajman Mali, Hirakaji e Lan Bahadur. Lo abbiamo scelto per
ricordare il loro sacrificio e stimolare negli studenti la volontà
di voler partecipare all'emancipazione della società, come fecero
i nostri martiri. Al presente, abbiamo circa 400 studenti e 18 insegnanti.
La nostra scuola è no-profit ed è gestita da benefattori.”
Mi fa visitare le aule, la mensa e alcune stanzette dove sono ospitate
per la notte alcune ragazzine che vengono dai villaggi più lontani.
Tra gli allievi ci sono anche 30 bimbi “adottati” dalla scuola che li
mantiene gratuitamente fino al termine degli studi. Narayan mi vuol
accompagnare a visitare il villaggio vicino. Attraversiamo alcune risaie.
Le case in mattoni sono allineate lungo la strada principale. Dietro
a un boschetto di bambù c’è la capanna dove vive una famiglia
di cestai dalit. Incontro Gopani, una bimba vestita di stracci, con
un visino triste e affilato. Assieme a una zia sta intrecciando una
cesta di vimini. E’ il suo “job”. Gopani non può andare a scuola.
E non è mai stata a Katmandù. La mamma è scappata
di casa due anni “con un altro papà” mentre il suo vero è
dietro di lei ubriaco fradicio. Appena vede Narayan, quest’uomo disperato,
gli si butta ai piedi per scongiurarlo di prendersi la bimba a scuola.
La bimba è ammutolita. Il direttore promette di fare qualcosa.
Ma io insisto e così Gopani sarà la prima bimba sponsorizzata
dal nostro progetto “Clown One Italia”* in Nepal. Mi allontano pensieroso
mentre il sole del tramonto tinge d’arancio i primi fiori di un ciliegio.
Benedetta primavera! Quando torniamo c’è una donna che sembra
morta e che è stesa in mezzo al sentiero. “E’ ubriaca” mi dice
Pragyaa. “L’alcoolismo è uno dei nostri problemi. Con poche rupie
puoi comperarti del “Roxy” – la grappa tradizionale di riso – o bottigliette
di simil“wisky” o simil“brandy” di pessima qualità che sono diventati
la “droga” killer di molte donne che si sentono sole. E che vivono in
estrema miseria. Vittime spesso, a casa loro, di grandi violenze”.
Budda&Mao
Il 1 giugno 2001in Nepal esplode la tragedia. Il principe Dipendra,
alcoolista e squilibrato, in preda ad una ennesima crisi uccide il re
Birendra e fa strage dell’intera famiglia reale. E poi si spara. Il
giorno dopo sale al trono Gyanendra, fratello del Re. E’ un uomo astuto
e corrotto che molti ritengono mandante di quella tragedia. Il 7 Luglio
si fà eleggere Re. E poco l’esercito guerrigliero maoista, che
si era intanto rafforzato nei territori di confine, sferra un attacco
devastante all’esercito. La ribellione si diffonde poi a tutto il Terai
e a molte provincie dell’Est e dell’Ovest. Nel febbraio 2005 un’altra
tragedia. Gyanendra, con un colpo di stato e con l’aiuto dell’esercito,
assume il controllo del Parlamento destituendo tutti i partiti politici
che oggi si sono coalizzati coi maoisti. Alle spalle del Re c’è
ancora una volta l’amministrazione americana e Bush che hanno richiesto
al Congresso di elargire 20 milioni di dollari per contrastare il “terrorismo”
maoista: “Il Nepal, esempio di stato democratico, si stà confrontando
con la ribellione maoista e gli Stati Uniti si impegneranno ad aiutarlo
come avviene per altri paesi in questa guerra globale contro il terrorismo”.
La realtà è ben diversa. Il Nepal è un paese feudale
che stà lentamente modernizzandosi. Al suo interno è esploso
un conflitto animato da studenti, da masse impoverite di contadini e
da altre discriminate per le differenze religiose e sociali. Il sistema
indù delle caste condanna i “dalit” – che in Nepal sono il 25
% della popolazione - ad una condizione di emarginazione e invisibilità.
Tra i mestieri “sporchi” riservati ai dalit c’è la prostituzione
e il lavoro minorile dove le bambine vengono trattate come schiave,
e ancora mestieri faticosi e mal pagati: far mattoni, spaccar pietre,
macellare e conciare le pelli. La guerra ha creato un clima di insicurezza
e illegalità dove le mafie che trafficano esseri umani, droga
e armi agiscono indisturbate. Amnesty International, per bocca di Claire
Castillejo, ci dice che in Nepal “ la guerra ha fatto molti orfani…
i bambini sono torturati, detenuti illegalmente o usati come “soldati”
mentre le ragazzine sono trafficate e abusate. I bimbi dei villaggi
, istruiti dai maoisti come staffette sono un “target” importante per
l’esercito che quando li cattura li tortura come fa con gli adulti.
Per questo è nata tra le associazioni umanitarie che operano
a Katmandù la campagna "Children Are Zones of Peace."
La guerra decennale ha causato fin ora sedicimila morti. La presenza
turistica, ricca fonte di reddito, è crollata assieme all’economia.
L’obiettivo rivoluzionario è rovesciare la monarchia e sostituirla
con una “Repubblica Popolare” dove non ci saranno discriminazionei di
razza e di casta e dove si ci sarà un’equa ridistribuzione delle
terre oggi nelle mani rapaci di pochi ricchissimi latifondisti. La guerriglia
nepalese pur basando la sua dottrina rivoluzionaria sul pensiero di
Mao è in contrasto col governo cinese accusato di deviazioni
borghesi e capitaliste.
Chi siamo
Clown One Italia Onlus – www.clowns.it
– è un’associazione senza fine di lucro, fondata da Ginevra Sanguigno,
attrice-clown e da Italo Bertolasi studioso e viaggiatore, che si prefigge
di portare aiuti umanitari, sostegno curativo e l’arte della clownerie
come strumenti per far pace nei paesi in guerra e in altre situazioni
di emergenza sanitaria. Lo staff è composto da “Ambasciatori
del Sorriso”, medici e volontari che coltivano l’amore e la compassione
per i più sfortunati. Nei loro viaggi visitano ospedali, orfanatrofi,
carceri e “ospice” per malati terminali.
L’associazione intende diventare un punto di riferimento per altre realtà,
che nello spirito e negli intenti dell’associazione, vogliono promuovere
viaggi di solidarietà ed altre iniziative per stringere amicizia
tra i popoli.
Clown One Italia ha operato in Bosnia e Kossovo. In Palestina e Israele.
In Afganistan e Costa d’Avorio. In Argentina, Cambogia e Nepal. Clown
One Italia Onlus è associata al “Gesundheit Institute” diretto
da Patch Adams, famoso medico clown, la cui vita è stata raccontata
nel film “Patch Adams” con la bravura dell’attore Roby Whilliams. La
fondazione di Clown One Italia Onlus è stata incoraggiata dallo
stesso Patch Adams che così ci ha augurato: “ Accolgo con grande
piacere la proposta di aprire un’associazione in Italia. Lavoreremo
insieme per fare di questo progetto un esempio di servizio gioioso per
alleviare la sofferenza nel mondo. La vostra volontà di creare
questo gruppo italiano mi riempie di felicità!Bless You! In Peace.
PATCH”
Il Progetto in Nepal
Previlegiando questa volta bambine trafficate, malate o vittime di abusi,
Clown One Italia Onlus, che conosce in modo approfondito il territorio
e la cultura del Nepal, ha deciso nel 2006 di promuovere il progetto
umanitario. KUMARI. E’ prevista, durante la nostra missione autunnale:
1) la visita di ambasciatori di pace e “clown-dottori” in ospedali pediatrici,
orfanatrofi e ospice.
2) la costruzione di una struttura d’accoglienza,
3) l’adozione di dieci bimbe della casta “dalit” mantenendole agli studi
per dieci anni in una scuola locale e poi curandone l’avviamento professionale.
Siamo convinti così di costruire un “ponte” di solidarietà
e di amore che può rafforzare una nuova cultura di pace e di
solidarietà internazionale
chiudi
|
|